colesterolo alto

Colesterolo alto: cosa fare

Colesterolo alto: valori normali LDL e HDL, cause, sintomi e come abbassarlo con l’alimentazione

Il colesterolo alto è uno dei fattori di rischio cardiovascolare più conosciuti, ma anche uno dei più fraintesi. Basta ritirare gli esami del sangue e trovare un valore evidenziato in rosso perché nascano domande e preoccupazioni: quanto deve essere il colesterolo? Qual è la differenza tra LDL e HDL? Avere il colesterolo totale sopra 200 significa essere malati? È possibile abbassarlo con la dieta? E che rapporto esiste tra colesterolo alto, trigliceridi e salute dei reni?

La prima cosa da sapere è che il colesterolo non è, di per sé, un nemico dell’organismo. È una sostanza lipidica indispensabile per numerose funzioni biologiche. Il problema nasce quando alcune lipoproteine che lo trasportano nel sangue, soprattutto le LDL, raggiungono concentrazioni eccessive e favoriscono nel tempo l’accumulo di lipidi nella parete delle arterie.

È un processo che può procedere per anni senza provocare alcun disturbo. Il colesterolo alto, infatti, nella maggior parte dei casi non dà sintomi e viene scoperto attraverso un semplice esame del sangue che possono essere effettuati nei laboratori del gruppo Nefrocenter.

Proprio questa caratteristica rende i controlli particolarmente importanti. Non bisogna aspettare di sentirsi male per conoscere il proprio profilo lipidico: misurare colesterolo totale, LDL, HDL e trigliceridi significa ottenere informazioni che, interpretate insieme ad altri fattori come età, pressione arteriosa, fumo, diabete e funzionalità renale, aiutano il medico a stimare il rischio cardiovascolare complessivo.

E oggi sappiamo che parlare di colesterolo significa parlare non soltanto di cuore. Sistema cardiovascolare, metabolismo e reni sono strettamente collegati, tanto che la malattia renale cronica rappresenta una delle condizioni da considerare nella valutazione del rischio associato alle alterazioni dei lipidi.

Che cos’è il colesterolo e perché il nostro organismo ne ha bisogno

Quando si parla di colesterolo si tende a pensare immediatamente a qualcosa da eliminare. In realtà il nostro corpo ne ha bisogno.

Il colesterolo partecipa alla struttura delle membrane cellulari ed è coinvolto nella produzione di ormoni steroidei, vitamina D e acidi biliari. Una parte viene introdotta attraverso gli alimenti, mentre una quota importante viene prodotta direttamente dall’organismo, soprattutto dal fegato.

Essendo una sostanza lipidica, il colesterolo non può circolare liberamente nel sangue, che è composto prevalentemente da acqua. Per essere trasportato utilizza particelle chiamate lipoproteine.

Ed è qui che entrano in gioco le sigle che troviamo sul referto degli esami: soprattutto LDL e HDL.

Dire semplicemente “ho il colesterolo a 220” offre quindi un’informazione incompleta. Per capire realmente il profilo lipidico bisogna sapere quanto di quel colesterolo è trasportato dalle LDL, quanto dalle HDL e quale sia il livello dei trigliceridi.

Colesterolo LDL e HDL

LDL significa Low Density Lipoprotein, cioè lipoproteina a bassa densità. Le LDL trasportano il colesterolo nel sangue verso i tessuti.

Quando sono presenti in quantità eccessive, favoriscono la deposizione di colesterolo nella parete delle arterie e partecipano al processo che conduce all’aterosclerosi. Per questa ragione il colesterolo LDL viene comunemente definito “colesterolo cattivo”.

L’accumulo progressivo di materiale lipidico e infiammatorio può contribuire alla formazione delle placche aterosclerotiche. Nel tempo le arterie possono restringersi e il rischio di eventi cardiovascolari, come infarto e ictus, aumenta.

Le HDL, High Density Lipoprotein, svolgono invece una funzione differente. Partecipano al trasporto del colesterolo dai tessuti verso il fegato, dove può essere rielaborato ed eliminato. È il motivo per cui vengono chiamate, in maniera semplificata, “colesterolo buono”.

Questa definizione è utile per spiegare il concetto, ma non deve generare un equivoco: avere HDL elevate non annulla automaticamente il rischio derivante da LDL troppo alte. Le linee moderne di prevenzione cardiovascolare considerano infatti soprattutto la riduzione del colesterolo LDL come obiettivo terapeutico, mentre l’HDL viene interpretato all’interno del profilo di rischio generale e non costituisce, da solo, un target terapeutico.

Colesterolo: quali sono i valori normali?

Questa è probabilmente la domanda più frequente: quanto deve essere il colesterolo?

Per molti anni si è diffusa l’idea che fosse sufficiente controllare se il colesterolo totale fosse inferiore a 200 mg/dL. Oggi l’interpretazione è molto più personalizzata.

Non esiste infatti un unico valore di LDL ideale per tutti.

Le raccomandazioni europee definiscono obiettivi di LDL differenti in funzione del rischio cardiovascolare complessivo. L’aggiornamento ESC/EAS 2025 ha mantenuto gli obiettivi LDL delle precedenti linee guida, confermando che l’intensità della riduzione deve essere proporzionata al livello di rischio individuale.

Una tabella orientativa può aiutare a comprendere il significato dei principali parametri:

Parametro Valore/obiettivo orientativo
Colesterolo totale generalmente desiderabile < 200 mg/dL
LDL – rischio cardiovascolare basso obiettivo < 116 mg/dL
LDL – rischio moderato obiettivo < 100 mg/dL
LDL – rischio alto obiettivo < 70 mg/dL e significativa riduzione rispetto al valore iniziale
LDL – rischio molto alto obiettivo < 55 mg/dL e significativa riduzione rispetto al valore iniziale
HDL valori più elevati sono generalmente associati a un profilo più favorevole, ma non costituiscono da soli un obiettivo terapeutico
Trigliceridi generalmente considerati desiderabili < 150 mg/dL a digiuno

Questi numeri non devono essere utilizzati per autodiagnosticarsi o modificare autonomamente una terapia.

Una persona giovane, senza diabete, senza ipertensione e senza altre patologie può avere un obiettivo diverso rispetto a una persona che ha già avuto un infarto o un ictus, oppure presenta diabete, aterosclerosi o malattia renale cronica.

È quindi più corretto chiedersi non soltanto “qual è il mio colesterolo?”, ma soprattutto “qual è il valore di LDL appropriato per il mio livello di rischio?”

Colesterolo totale alto ma HDL alto: bisogna preoccuparsi?

È una situazione piuttosto comune.

Una persona può avere un colesterolo totale apparentemente elevato anche perché presenta una quota significativa di HDL. Per questo il valore totale non deve essere interpretato isolatamente.

Il medico osserva l’intero profilo lipidico e lo mette in relazione con gli altri fattori di rischio.

Allo stesso modo, un colesterolo totale che sembra non particolarmente elevato non garantisce automaticamente un rischio basso se la persona presenta LDL sopra il proprio target, diabete, ipertensione, fumo, malattia renale o una storia cardiovascolare.

Il referto, in altre parole, non è una pagella nella quale basta controllare quali valori siano in rosso. È un insieme di informazioni che acquistano significato nel contesto clinico della persona.

Colesterolo alto: le cause

Nella maggior parte dei casi non esiste una sola causa.

Il livello di colesterolo è il risultato dell’interazione tra genetica, alimentazione, metabolismo, attività fisica, peso corporeo, età, eventuali patologie e farmaci.

Una dieta ricca di grassi saturi può favorire l’aumento dell’LDL. Anche sedentarietà, sovrappeso e obesità possono contribuire a un profilo metabolico meno favorevole. Il fumo è associato a modificazioni negative del profilo lipidico e aumenta, indipendentemente dal colesterolo, il rischio cardiovascolare.

Esiste poi una componente genetica molto importante.

In alcune persone il fegato ha una minore capacità di rimuovere le LDL dalla circolazione a causa di alterazioni ereditarie. Il caso più noto è l’ipercolesterolemia familiare, una condizione genetica che può determinare valori di LDL molto elevati già in età giovane e aumentare il rischio di eventi cardiovascolari precoci.

Ecco perché conoscere la propria storia familiare è importante. Infarti o ictus avvenuti in età relativamente giovane, oppure valori di colesterolo molto elevati presenti in diversi componenti della famiglia, devono essere riferiti al medico.

Esistono inoltre condizioni mediche che possono modificare il profilo lipidico, tra cui diabete, ipotiroidismo, obesità e malattia renale cronica. Anche alcuni farmaci possono interferire con i livelli di colesterolo e trigliceridi.

In questi casi limitarsi a modificare la dieta senza indagare la causa può non essere sufficiente.

Il colesterolo alto dà sintomi?

Nella grande maggioranza dei casi, no.

Ed è uno degli aspetti più insidiosi dell’ipercolesterolemia.

Non è corretto attribuire automaticamente al colesterolo alto mal di testa, stanchezza, vertigini o altri sintomi generici. Si può avere un LDL molto elevato e sentirsi perfettamente bene.

Il problema è ciò che può accadere nel tempo.

Se l’eccesso di lipoproteine aterogene contribuisce alla formazione e alla progressione dell’aterosclerosi, le manifestazioni possono comparire quando la malattia vascolare è già significativa, per esempio sotto forma di angina, infarto, ictus o arteriopatia periferica.

In forme ereditarie caratterizzate da livelli estremamente elevati possono comparire segni fisici come xantomi, cioè depositi lipidici a livello della pelle o dei tendini, o un arco biancastro intorno alla cornea. Sono però situazioni particolari e non rappresentano il modo abituale con cui si scopre l’ipercolesterolemia.

La regola pratica è semplice: il colesterolo alto si cerca con gli esami del sangue, non aspettando un sintomo.

Trigliceridi alti e colesterolo: non sono la stessa cosa

Colesterolo e trigliceridi appartengono entrambi alla grande famiglia dei lipidi, ma svolgono funzioni differenti.

I trigliceridi rappresentano una delle principali forme attraverso cui l’organismo immagazzina energia. Quando introduciamo più energia di quella che utilizziamo, una parte può essere convertita e conservata sotto forma di trigliceridi.

I loro livelli possono aumentare in presenza di sovrappeso, obesità, diabete non adeguatamente controllato, consumo eccessivo di alcol, elevato apporto di zuccheri e carboidrati raffinati e in alcune condizioni genetiche o metaboliche.

La combinazione di trigliceridi elevati, LDL elevate e HDL basse può delineare un profilo particolarmente sfavorevole dal punto di vista metabolico e cardiovascolare.

Valori molto elevati dei trigliceridi meritano inoltre una valutazione medica specifica anche per rischi diversi da quello aterosclerotico.

Per questo il controllo dovrebbe comprendere l’intero profilo lipidico, non soltanto il colesterolo totale.

Colesterolo alto e reni: un legame da non sottovalutare

Per un paziente con malattia renale cronica (MRC), il discorso sul colesterolo assume un significato ancora più importante.

Cuore e reni non funzionano come sistemi indipendenti. Pressione arteriosa, metabolismo, diabete, infiammazione, funzione vascolare e funzione renale sono strettamente interconnessi.

La malattia renale cronica è associata a un aumento del rischio cardiovascolare e può accompagnarsi ad alterazioni complesse del metabolismo lipidico. Non si tratta semplicemente di avere “più colesterolo”: con il progressivo deterioramento della funzione renale può cambiare anche la composizione e il metabolismo delle lipoproteine.

È quindi impreciso affermare che i reni “filtrino il colesterolo” nello stesso modo in cui filtrano altre sostanze dal sangue. Il rapporto è più complesso: la malattia renale modifica il metabolismo delle lipoproteine e, contemporaneamente, il rischio cardiovascolare diventa una parte centrale della gestione del paziente nefrologico.

Le linee guida KDIGO dedicano infatti raccomandazioni specifiche alla gestione delle dislipidemie nelle persone con malattia renale cronica, distinguendo anche differenti condizioni cliniche, compresi pazienti non in dialisi, dializzati e trapiantati.

Colesterolo e malattia renale cronica

Nel paziente con MRC la valutazione del profilo lipidico non serve quindi soltanto a stabilire se un numero sia alto o basso. Deve essere inserita nella più ampia valutazione del rischio cardiovascolare e cardio-renale.

Questo vale soprattutto quando alla riduzione della funzione renale si associano diabete, ipertensione, obesità, età avanzata o una precedente malattia cardiovascolare.

È un altro motivo per cui il paziente nefrologico non dovrebbe affidarsi a diete fai-da-te o modificare autonomamente eventuali terapie.

Colesterolo e dialisi

Anche nei pazienti in dialisi il metabolismo lipidico presenta caratteristiche specifiche. La valutazione deve tenere conto dello stadio della malattia, delle condizioni cardiovascolari, dello stato nutrizionale e delle terapie già in corso.

In questa popolazione, inoltre, non vale necessariamente l’equazione semplicistica secondo cui “più basso è il colesterolo, meglio è” senza considerare il quadro complessivo. Malnutrizione e infiammazione possono modificare i parametri lipidici e la loro interpretazione.

La gestione deve quindi essere nefrologica e personalizzata, soprattutto prima di iniziare, interrompere o modificare un trattamento farmacologico.

Come abbassare il colesterolo con l’alimentazione

La ricerca nutrizionale moderna invita a considerare il modello alimentare complessivo, più che concentrare tutta l’attenzione sull’eliminazione di un singolo cibo.

Uno degli interventi più importanti consiste nel ridurre l’eccesso di grassi saturi e sostituirli, dove possibile, con grassi insaturi. I grassi saturi sono presenti soprattutto in burro, panna, formaggi grassi, alcuni tagli di carne, salumi e numerosi prodotti industriali; anche oli tropicali come cocco e palma ne contengono quantità rilevanti. Un loro consumo elevato può aumentare il colesterolo LDL.

Questo non significa vivere di alimenti “senza grassi”.

L’olio extravergine di oliva, la frutta secca e il pesce, inseriti nelle quantità appropriate all’interno di una dieta equilibrata, forniscono grassi prevalentemente insaturi e possono far parte di un’alimentazione orientata alla prevenzione cardiovascolare.

Le indicazioni nutrizionali più recenti privilegiano inoltre verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta a guscio e fonti proteiche salutari, limitando alimenti ultraprocessati, eccesso di zuccheri aggiunti e grassi saturi.

Le fibre sono importanti

Un ruolo interessante è svolto dalle fibre, soprattutto quelle solubili presenti, per esempio, in avena, orzo, legumi, frutta e alcuni vegetali.

Una dieta ricca di alimenti vegetali non agisce soltanto sul colesterolo. Può contribuire al controllo del peso, della glicemia, della pressione e della salute metabolica nel suo complesso.

Questo è importante perché raramente i fattori di rischio viaggiano da soli.

Una persona con LDL elevate può avere contemporaneamente ipertensione, glicemia alterata, sovrappeso o trigliceridi elevati. Migliorare la qualità complessiva dell’alimentazione permette quindi di intervenire su più fronti.

E le uova?

Per anni il messaggio sul colesterolo è stato quasi interamente concentrato sugli alimenti che contengono colesterolo.

Oggi il quadro è più articolato.

Per la maggior parte delle persone, l’attenzione si concentra maggiormente sul pattern alimentare complessivo e sulla quantità di grassi saturi piuttosto che sul conteggio ossessivo del colesterolo presente in ogni singolo alimento. Le linee nutrizionali AHA del 2026 sottolineano proprio che, per la maggior parte delle persone, il colesterolo alimentare non rappresenta più il principale target dietetico nella riduzione del rischio cardiovascolare.

Ciò non significa che tutti possano mangiare qualsiasi quantità di uova o alimenti ricchi di colesterolo. Le indicazioni devono sempre essere adattate alla situazione clinica complessiva.

Attenzione alle diete drastiche

Eliminare intere categorie di alimenti o seguire autonomamente diete molto restrittive non è necessariamente la soluzione.

Un esempio è rappresentato da alcune diete chetogeniche molto ricche di grassi saturi. In alcune persone possono determinare un aumento dell’LDL, motivo per cui importanti organizzazioni cardiovascolari raccomandano di discutere cambiamenti alimentari radicali con i professionisti sanitari.

Questo principio diventa ancora più importante in presenza di malattia renale cronica, dove quantità e tipologia di proteine, sodio, potassio, fosforo e apporto energetico possono richiedere indicazioni nutrizionali specifiche.

Una dieta genericamente definita “salutare” su Internet non è necessariamente adatta a ogni paziente nefrologico.

Cosa cambiare a tavola

Abbassare il colesterolo non significa trasformare ogni pasto in una prescrizione medica.

Spesso sono le sostituzioni ripetute nel tempo a produrre il cambiamento più sostenibile.

Una colazione abitualmente ricca di prodotti da forno industriali può lasciare spazio più frequentemente a cereali integrali, avena, frutta e altre alternative coerenti con le esigenze della persona. I legumi possono comparire più spesso durante la settimana al posto di alcune preparazioni a base di carni lavorate. Il pesce può rappresentare una delle fonti proteiche da alternare alle altre.

Per condire, l’olio extravergine di oliva può sostituire più frequentemente burro e altri grassi ricchi di saturi.

La frutta secca può essere utilizzata nelle quantità appropriate come parte di una dieta equilibrata, invece di snack ultraprocessati.

E soprattutto bisogna imparare a guardare oltre l’etichetta “senza colesterolo”: un prodotto può non contenere colesterolo alimentare ed essere comunque ricco di grassi saturi, zuccheri, sale o calorie.

La qualità della dieta non si giudica da una sola scritta sulla confezione.

Attività fisica, peso, fumo e sonno: il colesterolo non si cura soltanto a tavola

L’alimentazione è fondamentale, ma rappresenta soltanto una parte dello stile di vita.

L’attività fisica regolare contribuisce alla salute cardiovascolare, al controllo del peso, della glicemia e della pressione e può migliorare il profilo lipidico. L’American Heart Association sottolinea che muoversi regolarmente può contribuire a ridurre LDL e sostenere livelli più favorevoli di HDL.

Anche perdere peso, quando esiste sovrappeso o obesità, può determinare benefici metabolici significativi.

Il fumo, invece, agisce contemporaneamente su numerosi meccanismi cardiovascolari e il suo effetto non può essere compensato da una buona alimentazione.

Negli ultimi anni è cresciuta anche l’attenzione verso il sonno: dormire regolarmente e in maniera adeguata rientra oggi tra i comportamenti considerati rilevanti per la salute cardiovascolare.

L’obiettivo non è inseguire un singolo numero, ma ridurre nel complesso il rischio.

Quando dieta e attività fisica non bastano

Una delle convinzioni più diffuse è che assumere un farmaco per il colesterolo significhi avere “fallito la dieta“.

Non è così.

Esistono persone nelle quali le modifiche dello stile di vita producono una riduzione sufficiente delle LDL e altre nelle quali, per caratteristiche genetiche o per il livello di rischio cardiovascolare, è necessario associare una terapia farmacologica.

Le statine rappresentano da molti anni una delle principali classi di farmaci utilizzate per ridurre il colesterolo LDL e il rischio cardiovascolare. Esistono inoltre altri trattamenti, impiegati in base alle caratteristiche del paziente e agli obiettivi da raggiungere. Le raccomandazioni europee più recenti contemplano diverse strategie terapeutiche, comprese opzioni per persone che non riescono a raggiungere il proprio target con la terapia iniziale o non tollerano determinati farmaci.

La decisione non dipende quindi soltanto dal valore del colesterolo.

Due persone con lo stesso LDL possono ricevere indicazioni differenti perché hanno rischi cardiovascolari differenti.

E nessuna terapia prescritta dovrebbe essere sospesa autonomamente dopo aver visto migliorare gli esami: il miglioramento potrebbe essere proprio l’effetto del trattamento.

Quando controllare il colesterolo

Il profilo lipidico viene valutato attraverso un prelievo di sangue.

Il medico può prescrivere colesterolo totale, LDL, HDL e trigliceridi, integrandoli quando necessario con altri parametri metabolici, epatici e renali.

La frequenza dei controlli non è uguale per tutti.

Età, familiarità, valori precedenti, diabete, pressione arteriosa, fumo, obesità, malattia cardiovascolare e malattia renale possono rendere opportuni controlli più ravvicinati.

Il rientro dopo l’estate può rappresentare, dal punto di vista pratico, un buon momento per riprendere l’attenzione sulla prevenzione dopo settimane nelle quali alimentazione, attività fisica e routine quotidiana possono essere cambiate. Ma il periodo dell’anno conta meno della regolarità del controllo nel tempo.

Un singolo valore racconta una fotografia. La storia dei valori, insieme alle condizioni cliniche, racconta molto di più.

Gli errori più comuni

Uno degli errori più frequenti è guardare soltanto il colesterolo totale.

Il secondo è pensare che un HDL elevato permetta di ignorare un LDL troppo alto.

Il terzo consiste nell’aspettare la comparsa di sintomi prima di effettuare gli esami.

Un altro errore è cercare soluzioni rapide: integratori, alimenti “anti-colesterolo”, diete drastiche o eliminazioni arbitrarie. L’American Heart Association, per esempio, non raccomanda gli integratori alimentari come strategia generale di gestione del colesterolo e invita a discuterne l’uso con il proprio team sanitario anche per le possibili interazioni con i farmaci.

Infine, soprattutto nei pazienti con patologie croniche, è sbagliato trattare il colesterolo come un problema indipendente dal resto dell’organismo.

Pressione, glicemia, peso, funzione renale e rischio cardiovascolare fanno parte dello stesso quadro clinico.

FAQ Colesterolo alto: le domande più frequenti

Quanto deve essere il colesterolo totale?

Un valore inferiore a 200 mg/dL viene tradizionalmente considerato desiderabile, ma oggi la valutazione non si basa soltanto sul colesterolo totale. Il dato più importante da contestualizzare è spesso l’LDL, il cui obiettivo varia in funzione del rischio cardiovascolare individuale.

Qual è il colesterolo cattivo?

È comunemente definito “cattivo” il colesterolo LDL, perché concentrazioni elevate favoriscono l’accumulo di colesterolo nella parete arteriosa e lo sviluppo dell’aterosclerosi.

Qual è il colesterolo buono?

Le HDL vengono chiamate “colesterolo buono” perché partecipano al trasporto del colesterolo verso il fegato. Tuttavia, avere HDL alte non rende innocue LDL eccessive e l’HDL non viene utilizzato come obiettivo terapeutico isolato.

Il colesterolo alto provoca sintomi?

Generalmente no. L’ipercolesterolemia viene spesso scoperta attraverso gli esami del sangue. Nei casi ereditari molto severi possono comparire segni come xantomi o depositi lipidici intorno alla cornea.

Cosa mangiare per abbassare il colesterolo?

È utile privilegiare un modello alimentare ricco di verdura, frutta, legumi, cereali integrali, fonti di grassi insaturi e proteine adeguate, riducendo soprattutto grassi saturi e prodotti ultraprocessati. La dieta deve essere personalizzata in presenza di diabete, obesità o malattia renale.

Quanto tempo serve per abbassare il colesterolo?

Dipende dal valore iniziale, dalle cause, dalla genetica, dall’alimentazione, dal peso, dall’attività fisica e dall’eventuale terapia farmacologica. Non esiste quindi un tempo valido per tutti. Il medico stabilisce quando ripetere gli esami dopo l’inizio di un intervento terapeutico.

Colesterolo alto e trigliceridi alti sono la stessa cosa?

No. Sono lipidi differenti. I trigliceridi rappresentano principalmente una forma di riserva energetica, mentre il colesterolo svolge diverse funzioni strutturali e metaboliche. Quando trigliceridi elevati si associano a LDL alte o HDL basse, il profilo cardiovascolare può diventare più sfavorevole.

Il colesterolo alto fa male ai reni?

Il rapporto non può essere ridotto a un semplice rapporto causa-effetto. Dislipidemia, aterosclerosi, diabete, ipertensione e malattia renale condividono numerosi meccanismi e fattori di rischio. Nei pazienti con MRC la gestione dei lipidi assume particolare importanza per l’elevato rischio cardiovascolare.

Chi ha una malattia renale può seguire una dieta anti-colesterolo?

Sì, ma non dovrebbe improvvisarla. Alcuni alimenti normalmente consigliati nelle diete cardioprotettive possono richiedere adattamenti in determinati pazienti nefrologici in relazione, per esempio, all’apporto di potassio, fosforo, proteine o energia. La dieta deve quindi essere costruita sulla funzione renale e sul quadro clinico individuale.

Prevenire significa conoscere il proprio rischio

Il messaggio più importante è probabilmente il più semplice: non esiste soltanto il numero del colesterolo, esiste la persona che ha quel numero.

Un LDL di 120 mg/dL può assumere un significato diverso in una persona giovane e senza altri fattori di rischio rispetto a chi ha già una malattia cardiovascolare, diabete o malattia renale cronica.

Per questo leggere autonomamente il referto e decidere che il valore sia “buono” o “cattivo” può essere fuorviante.

La prevenzione moderna ragiona in termini di rischio globale.

Controllare periodicamente il profilo lipidico, la pressione arteriosa, la glicemia e la funzionalità renale permette di costruire una fotografia più completa della salute metabolica e cardiovascolare. Quando emergono alterazioni, alimentazione, attività fisica, controllo del peso e, quando indicato, terapia farmacologica possono ridurre il rischio nel tempo.

Per chi presenta una malattia renale cronica, questa visione integrata diventa ancora più importante: cuore, vasi, metabolismo e reni fanno parte di un equilibrio che deve essere seguito nel suo insieme.

Il consiglio degli specialisti NefroCenter

Il colesterolo alto non deve generare allarmismo, ma non deve neppure essere sottovalutato perché “non dà fastidio”.

Il primo passo è conoscerlo.

Un semplice prelievo permette di misurare colesterolo totale, LDL, HDL e trigliceridi. La successiva valutazione medica consente di interpretare questi dati insieme alla pressione, alla glicemia, alla funzionalità renale, alla familiarità e agli altri fattori di rischio.

Nei centri del Gruppo NefroCenter, l’approccio alla prevenzione mette al centro proprio questa visione complessiva della persona, con particolare attenzione all’interazione tra salute cardiovascolare, metabolismo e funzione renale.

Controllare il colesterolo non significa soltanto conoscere un numero: significa capire quale rischio rappresenta per la propria salute e cosa è possibile fare per ridurlo.

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